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giovedì 8 novembre 2012

C'era una volta la citta' dei matti

Incredibile ma vero... questo è un evento più unico che raro in quanto la rai ha sfornato (tra il 2009 ed il 2010) una fiction basata sulla realtà dei "manicomi" di Gorizia e Trieste: "C'era una volta la città dei matti". Sono ben presentate le crude torture perpetrate ad asseri umani, i cosiddetti "malati". Riflettendo meglio mi sa che ci sia più manicomio all'esterno delle suddette strutture (oggi più che mai). Insomma una bel documento, che porta alla ribalta il rivoluzionario psichiatra Franco Basaglia interpretato da Fabrizio Gifuni.


Ospedale psichiatrico di Gorizia


Ospedale Psichiatrico Provinciale (OPP) Trieste


Prima c'era la Città dei matti, il manicomio. Con tutto il suo carico di orrori piccoli e grandi. Letti di contenzione, camicie di forza, celle d'isolamento, elettroshock punitivi, infermieri-carcerieri e malati-carcerati, rapporti sadici fra medici e pazienti. Non un luogo di cura, ma di segregazione, occultamento e cronicizzazione di quello "scandalo" sociale che è sempre stata la malattia mentale. In tutto il mondo occidentale, nessuno aveva mai messo in discussione il manicomio, nessuno aveva mai osato sfidare frontalmente il potere degli psichiatri. Almeno fino all'inizio degli anni '60 quando, in una città di provincia del Nord, un giovane psichiatra ribelle, emarginato dal mondo accademico, Franco Basaglia, accese quella scintilla che provocò un incendio impensabile fino a qualche anno prima...
Margherita è una ragazza bella e piena di vita. La sua unica "tara" è di avere una madre che vive nell'ossessione della colpa di averla concepita con un soldato americano, che poi è sparito. Per non ammettere nemmeno con se stessa il peso del "peccato" che si porta dentro, la donna lo scarica sulla figlia. E quando le suore del collegio a cui è affidata si lamentano del carattere troppo vivace di Margherita, delle sue prime, normali pulsioni amorose, la fa ricoverare in un ospedale psichiatrico. In pochi mesi, nell'ambiente oppressivo e violento del manicomio, Margherita, da ragazzina piena di vita e curiosità, si trasforma. Diventa una creatura ribelle e ingovernabile, al punto che la tengono in una gabbia come una bestia feroce.
Boris è reduce da una guerra terribile che lo ha ridotto al mutismo. Nessuno sa quali orrori hanno visto quegli occhi neri e profondi, le sofferenze patite da quel corpo possente e gigantesco. Perché Boris è chiuso in se stesso, non parla, non esprime in nessun modo i suoi sentimenti. Ma fa paura. E nel manicomio dove lo portano, invece di aiutarlo, pensano solo a "contenerlo", a neutralizzare la sua carica aggressiva con elettroshock e camicia di forza. Borisrimane legato ad un letto per quindici anni.
Furlan è un ex partigiano, un uomo mite e buono che ha moglie e figli. Lui in ospedale psichiatrico ci si fa chiudere di sua volontà. Vuole curarsi dalla paura degli attentati che gli è rimasta dalla guerra, dall'alcolismo che gli mina il fisico e la mente. Non immagina che dentro la città dei matti ci rimarrà prigioniero, nutrito a forza con un imbuto, sottoposto a terapie crudeli e devastanti che invece di curarlo lo riducono ad una larva.
Cicca-cicca è come un bambino anche se ha quasi vent'anni. Il manicomio, dove vive sottomesso alle prepotenze di ricoverati e infermieri, è tutto il suo mondo. Chiuso in se stesso, spaventato, vive tremando di paura, seguendo solo i suoi desideri primari.
E poi c'è Nives, che non è una paziente ma un'infermiera. È una brava donna, una madre di famiglia onesta e lavoratrice. Le hanno insegnato che i matti non sono persone, ma poco più che cose: vanno lavati, vestiti, legati e puniti. E lei questo fa, li lava, li nutre, li punisce. E questo trattare gli esseri umani come oggetti, pian piano la svuota dentro, la divora. Nives non si rende conto che il manicomio è un lager che ha il potere di disumanizzare non solo i "matti" ma anche chi li dovrebbe curare e invece è ridotto al rango di carceriere.
Questi, tra gli altri, sono gli uomini e le donne che si trova di fronte Franco Basaglia quando diventa direttore del manicomio di Gorizia. Un posto marginale, a suo modo comodo, dove lo psichiatra potrebbe limitarsi a prendere lo stipendio e continuare a scrivere i suoi libri delegando, come il suo predecessore, ad assistenti e infermieri lo sporco lavoro di amministrare l’ospedale. Ma Basaglia e sua moglie, Franca Ongaro, una donna coraggiosa e colta dell'alta borghesia veneziana, a contatto con quella realtà terribile sono sconvolti. E decidono di cambiarla. Come, non lo sanno, perché il manicomio è una delle istituzioni repressive più durature della storia umana in Occidente. Ma qualcosa si deve fare. A costo d'inimicarsi l'establishment politico e culturale dell'epoca. Comincia così un’avventura straordinaria che porta Franco e sua moglie, ai quali si uniranno altri giovani psichiatri ribelli, a "smontare" letteralmente l'universo concentrazionario della Città dei matti. Un'avventura mai tentata prima, piena di rischi e di pericoli il cui esito è tutt’altro che certo.
Con la direzione Basaglia viene eliminata ogni tipo di contenzione fisica, sospese le terapie di elettroshock. Vengono aperti i cancelli, lasciando così i malati liberi di passeggiare nel parco, di consumare i pasti all'aperto, persino di lavorare. S'inizia, soprattutto, a prestare attenzione alle condizioni di vita degli internati e ai loro bisogni. Si organizzano le assemblee di reparto e le assemblee plenarie. Si aprono spazi di aggregazione sociale, cade la separazione coatta fra uomini e donne. Un amministratore locale del tempo, venuto in visita all'ospedale di Gorizia, così racconta: "Potei vedere un ospedale vivo, pieno di gente che non si distingueva: malati, medici, visitatori, volontari, infermieri, non era facile riconoscerli, individuare i loro ruoli. Ma soprattutto vidi come, pur essendo un "intellettuale", Basaglia fosse capace di comprendere i bisogni più elementari dei malati. Li conosceva tutti. Entravano nel suo ufficio senza essere annunciati, la porta era sempre aperta e c'era un via vai continuo. Così come, nel parco, era un fermarsi a ogni passo, a salutare, a chiacchierare con l’uno o con l'altro".
Grazie al nuovo corso MargheritaBorisCicca-cicca e tanti altri degenti come loro si riaffacciano alla vita. E il racconto, attraverso le loro vicende, diventa un palpitante percorso umano e sentimentale in cui uomini e donne, destinati a finire i loro giorni rinchiusi, riconquistano, tra successi e cadute, giorno dopo giorno, una vita degna di essere vissuta: un lavoro, una casa, l'amore. Anche gli infermieri come Nives, dapprima avversari del nuovo direttore, acquisiscono una nuova coscienza e gli si affiancano nel processo di trasformazione del manicomio. I protagonisti di questa vicenda epica pagheranno però un alto prezzo esistenziale e personale: difficoltà economiche, problemi familiari, separazioni segnano le storie di medici e infermieri che hanno deciso di seguire Franco nella sua lotta...



Franco Basaglia, con le sue teorie e le sue pratiche innovative, è da considerarsi uno dei più importanti rappresentanti della psichiatria italiana del Novecento.
Marco Turco porta sullo schermo l’appassionata e pacifica rivoluzione che inizia nei primi anni ’60 a Gorizia ad opera di questo giovane psichiatra ribelle che, per primo, ebbe il coraggio di mettere in discussione l’istituzione dei manicomi. Quelle che allora erano chiamate le "Città dei matti", con tutto il loro carico di orrori: letti di contenzione, camicie di forza, celle d’isolamento, elettroshock punitivi, infermieri-carcerieri e malati-carcerati, rapporti sadici fra medici e pazienti. Non luoghi di cura, ma di segregazione.
Quella che realizza Basaglia è di fatto una vera rivoluzione, che con la sua direzione a Gorizia stravolge il corso della storia diventando un esempio per tutto il resto d’Italia, e non solo. Elimina ogni tipo di contenzione fisica, sospende le terapie di elettroshock, fa aprire i cancelli, lasciando così i malati liberi di passeggiare nel parco, di consumare i pasti all’aperto, persino di lavorare, di dipingere. Per la prima volta i pazienti vengono considerati esseri umani. L’immagine del cavallo azzurro - scultura realizzata dai pazienti, simbolo della liberazione avvenuta - che entra trionfante in città, fa il giro del mondo insieme alle teorie e le pratiche rivoluzionarie di Basaglia che diventanto un modello per tutti. A Basaglia si deve l'introduzione in Italia della "legge 180/78", dal suo nome chiamata anche Legge Basaglia, che introdusse un’importante revisione organizzativa dei manicomi e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti psichiatrici sul territorio.
Biografia
Franco Basaglia nasce a Venezia, l’11 marzo 1924, e vi muore il 29 agosto del 1980.
Dopo la maturità classica, nel 1949 si laurea in medicina e chirurgia all'Università di Padova. In questo periodo si dedica ai classici dell’esistenzialismo: Sartre, Maurice Merleau-Ponty, Husserl e Heidegger. Nel 1953 si specializza in Malattie nervose e mentali presso la clinica neuropsichiatrica di Padova. Lo stesso anno sposa Franca Ongaro, che gli darà due figli, sarà coautrice col marito di alcune opere sulla psichiatria e entrerà in Parlamento per Sinistra Indipendente.
Nel 1958 Basaglia ottiene la libera docenza in psichiatria. Per le sue idee innovative e rivoluzionarie non viene bene accolto in ambito accademico, cosicché nel 1961 decide di rinunciare alla carriera universitaria e di trasferirsi a Gorizia per dirigere l’ospedale psichiatrico della città. Si tratta di un esilio professionale dovuto soprattutto alle scelte politiche e scientifiche. L’impatto con la realtà del manicomio è durissimo. Teoricamente si avvicina alle correnti psichiatriche di ispirazione fenomenologica ed esistenziale (Karl Jaspers, Minkowski, Ludwig Binswanger), ma anche a Michel Foucault e Erving Goffman per la critica all'istituzione psichiatrica.
A Gorizia, dopo alcuni soggiorni all’estero (visita alla comunità terapeutica di Maxwell Jones), avvia nel 1962, insieme ad Antonio Slavich, la prima esperienza anti-istituzionale nell’ambito della cura dei malati di mente. In particolare, egli trasferisce il modello della comunità terapeutica all’interno dell’ospedale e inizia una vera e propria rivoluzione. Si eliminano tutti i tipi di contenzione fisica e le terapie elettroconvulsivanti (elettroshock), vengono aperti i cancelli dei reparti. Non più solo terapie farmacologiche, ma anche rapporti umani rinnovati con il personale. I pazienti devono essere trattati come uomini, persone in crisi. Fu l’inizio di una riflessione sociopolitica sulla trasformazione dell’ospedale psichiatrico e di ulteriori esperienze di rinnovamento nel trattamento della follia, alternative anche alla esperienza di Gorizia.
Nel 1967 cura il volume "Che cos'è la psichiatria?", nel 1968 pubblica "L'istituzione negata". Rapporto da un ospedale psichiatrico, dove racconta al grande pubblico l'esperienza dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. L’opera si rivela un grande successo editoriale.
Nel 1969 lascia Gorizia e, dopo due anni a Parma dove dirige l’ospedale di Colorno, nell’agosto del 1971, diviene direttore del manicomio di Trieste. Basaglia istituisce subito, all’interno dell’ospedale psichiatrico, laboratori di pittura e di teatro. Nasce anche una cooperativa di lavoro per i pazienti, che così cominciano a svolgere lavori riconosciuti e retribuiti. Ma ormai sente il bisogno di andare oltre la trasformazione della vita all’interno dell’ospedale psichiatrico: il manicomio per lui va chiuso ed al suo posto va costruita una rete di servizi esterni, per provvedere all’assistenza delle persone affette da disturbi mentali. La psichiatria, che non ha compreso i sintomi della malattia mentale, deve cessare di giocare un ruolo nel processo di esclusione del "malato mentale", voluto da un sistema ideologico convinto di poter negare e annullare le proprie contraddizioni allontanandole da sé ed emarginandole. Nel 1973 Trieste viene designata "zona pilota" per l’Italia nella ricerca dell'OMS sui servizi di salute mentale. Nello stesso anno Basaglia fonda il movimento Psichiatria Democratica favorendo la diffusione in Italia dell’antipsichiatria, una corrente di pensiero sorta in Inghilterra nel quadro della contestazione e dei fermenti rivoluzionari del 1968 ad opera principalmente di David Cooper.
Nel 1971 sottoscrive l’appello pubblicato sul settimanale L’Espresso contro il commissario Luigi Calabresi. Nel gennaio 1977 viene annunciata la chiusura del manicomio "San Giovanni" di Trieste entro l'anno. L’anno successivo, il 13 maggio 1978, in Parlamento viene approvata la legge 180 di riforma psichiatrica. Nel 1979 Basaglia parte per il Brasile, dove attraverso una serie di seminari raccolti successivamente nel volume Conferenze brasiliane, testimonia la propria esperienza. Nel novembre del 1979 lascia la direzione di Trieste e si trasferisce a Roma, dove assume l’incarico di coordinatore dei servizi psichiatrici della Regione Lazio.
Nella primavera del 1980 si manifestano i primi sintomi di un tumore al cervello che in pochi mesi lo porterà alla morte, avvenuta il 29 agosto 1980, nella sua casa di Venezia. A distanza di 30 anni, benché sia stata più volte oggetto di discussione e di tentativi di revisione, la legge 180 è ancora la legge quadro che regola l'assistenza psichiatrica in Italia.


per i residenti in provincia di Gorzia è possibile noleggiare il film nel circuito CCM (Consorzio Culturale del Monfalconese) a questo LINK


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