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giovedì 28 agosto 2014

Segni indelebili dell’attività umana sul pianeta Terra: chilometri e chilometri di fori


L'attività umana ha modificato così profondamente il volto del pianeta che i geologi pensano che l'era nella quale stiamo vivendo possa essere definita 'Antropocene'. Tra le operazioni più deturpanti e indelebili, lo scavo di fori nella crosta terrestre profondi chilometri.
28 agosto 2014 | Sei in Categoria: Ricerca Scientifica | Tags:
 
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Si stima che gli esseri umani abbiano modificato oltre la metà della superficie del pianeta.
Si tratta di cambiamenti facili da notare: le montagne vengono scavate, le foreste si riducono e un numero crescente si specie viventi si sta estinguendo.
I mutamenti sono così drammatici per il pianeta che alcuni geologi hanno chiamato questa fase della linea temporale geologica della Terra ‘Antropocene‘.
Questo per quanto riguarda le attività umane in superficie. Ma quali segni stiamo lasciando nelle profondità del sottosuolo?
“Dato che non si trovano nel nostro ambiente di vita immediato, queste attività non sembrano così significative”, spiega su LiveScience Jan Zalasiewicz, docente di paleobiologia presso l’Università di Leicester, Regno Unito.
In uno studio condotto da Zalasiewicz e colleghi, si sostiene che l’attività umana sotto la superficie è causa di un cambiamento continuo della Terra: una rete tentacolare di fori realizzati per attività di tipo minerario, energetico o esplorativo, fornisce ulteriori prove che la Terra è entrata nell’era dell’Antropocene.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

La distanza tra la superficie del pianeta e il suo centro è di circa 6.373 chilometri. La vita animale smette di esistere a circa 2 chilometri sotto la superficie, lì dove alcuni minatori hanno scoperto alcuni vermi ‘estremofili’ nelle miniere d’oro del Sudafrica.
Tuttavia, è noto che la vita microbica riesce a sopravvivere alla profondità di 2,7 chilometri. Ma, secondo i geologi, gli esseri umani sono riusciti a lasciare un segno indelebile ben oltre queste profondità.
Quando un animale muore, lascia dietro di se una traccia scheletrica, insieme a centinaia di tracce fossili sotto forma di tane. La maggior parte degli animali lascia queste tracce a pochi centimetri di profondità.
Gli scavatori più arditi sono i coccodrilli del Nilo, riuscendo a raggiungere la profondità di 12 metri. Le radici dell’albero africano Boscia albitrunca, noto anche come Albero del Pastore, possono raggiungere i 68 metri di profondità.
Anche gli esseri umani sono riusciti a lasciare tracce fossili della loro presenza nel sottosuolo del pianeta, solo che queste arrivano alla profondità di 12,3 chilometri, alterando permanentemente gli strati di roccia.
“Nessun altra specie ha mai raggiunto tali profondità nella crosta terrestre, o realizzato modifiche così numerose nelle profondità del pianeta”, scrivono i ricercatori nello studio pubblicato sulla rivista ‘Antropocene‘.

Modifiche permanenti

Le prime incursioni umane nel sottosuolo sono avvenute durante l’Età del Bronzo, quando la gente ha cominciato a scavare miniere poco profonde in cerca di selce e metalli. La rivoluzione industriale del 1800 ha spinto gli esseri umani a profondità maggiori. Tuttavia, molti dei fori, come pozzi per l’acqua, fognature e linee per la metropolitana, erano relativamente poco estesi, spingendosi a meno di 100 metri di profondità.
Solo a partire dal 1950, nel periodo chiamato da alcuni geologi “grande accelerazione”, gli esseri umani hanno cominciato a spingersi oltre i 100 metri.
La crescente domanda di risorse ha portato allo scavo di più miniere per raccogliere carbone ed altri minerali. Nella maggior parte dei casi, l’estrazione si estende solo alcune centinaia di metri di profondità, ma le miniere d’oro in Sudafrica si spingono per quasi 5 chilometri sotto la superficie.
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Negli ultimi decenni sono apparsi sempre più pozzi. Alcuni sono perforati per ottenere energia termica, altri sono utilizzati per cavare materiale naturale della Terra, come ad esempio gli idrocarburi, gas e minerali. I pozzi sono stati poi riempiti con altri materiali, tra cui fango, cemento o rifiuti solido.
Se tutti i pozzi di petrolio fossero accatastati uno sull’altro, raggiungerebbero la lunghezza di 50 mila chilometri, più o meno la distanza tra Terra e Marte. Per ogni essere umano, esitono circa 7 metri di trivellazione.
Il petrolio estratto è spesso sostituito con l’acqua che filtra dalle rocce vicine o con anidride carbonica, la quale viene pompata nel corso di un processo chiamato ‘Cattura e sequestro del carbonio‘.
Le ferite più gravi sono causate dai test nucleari sotterranei. I siti di prova mostrano la rottura e la fusione delle rocce circostanti, con grave inquinamento delle falde acquifere. Le caverne sotterranee, inoltre, vengono poi utilizzate per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi delle prove.
Questi cambiamenti determinati dall’uomo sotto la superficie resteranno lì, protetti dall’erosione naturale, per molto, molto tempo. “La rete di miniere e pozzi ha senza dubbio il più alto potenziale di conservazione a lungo termine di qualsiasi altra cosa fatta dagli esseri umani”, commenta Zalasiewicz.

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