Frabolo - Ora o mai più - (spiegazioni)
Il video di Ora o mai più si apre con una distesa infinita di alberi: una pineta fitta, impenetrabile, che non è semplicemente un luogo fisico ma uno stato dell’essere.
È una condizione interiore che richiama sicuramente la “selva oscura” della Divina Commedia: smarrimento, perdita di direzione, ma anche inizio necessario di ogni trasformazione autentica.
All’interno di questa vastità indistinta compare un’apertura a forma di cuore.
Non è solo un’immagine estetica: è un varco simbolico. Il cuore si manifesta come centro nascosto, come punto di accesso a qualcosa di più profondo. E la telecamera non resta in superficie: scende, si immerge, attraversa.
È una discesa interiore, quasi rituale. Come se il messaggio fosse chiaro: non si esce dalla selva aggirandola, ma entrando dentro sé stessi.
Al centro di questo cuore troviamo una figura immobile: Frabolo con la berrettina sugli occhi bianca. Questo personaggio non nasce qui, ma compare per la prima volta nel videoclip di Vivere adesso, per poi ripresentarsi in Prologo e in altri capitoli successivi, diventando una presenza ricorrente, quasi un archetipo interno. Non vede, ma sente. Non si muove, ma percepisce. È la personificazione del sentire puro, di quella parte di noi che si sottrae al caos dell’azione e si radica nell’ascolto. È il centro immobile attorno a cui tutto ruota.
Ma la selva non è abitata da una sola presenza. Emergono altre due figure: ancora Frabolo, in una forma diversa, e Caino.
La presenza di Caino introduce il tema della frattura originaria, della colpa, della separazione. Non è un “altro”, ma una parte interna: l’ombra, ciò che portiamo dentro e che spesso rifiutiamo di riconoscere.
Il secondo Frabolo, vestito di un giallo freddo e desaturato, incarna invece un’energia vitale indebolita.
Il giallo, simbolo del sole e della vita, qui appare spento, quasi soffocato dalla densità del bosco. È una luce che non riesce a emergere. Queste due figure si muovono nella selva: cercano, attraversano, affrontano. Sono il movimento, la tensione, la ricerca.
E proprio mentre questa dinamica si sviluppa, nella distesa infinita degli alberi emerge un altro elemento: un campanile che si innalza sopra il bosco. È una presenza verticale, quasi un asse che collega terra e cielo. Sulla sua sommità, una croce: simbolo di fede, di redenzione, di possibilità di affidarsi a qualcosa di più grande.
Ma ciò che colpisce è l’orologio.
Non so se qualcuno ci ha fatto caso, ma segna le cinque, il numero V.
Ebbene il cinque, nella simbologia alchemica, è un numero di passaggio e trasformazione. Dopo il quattro—che rappresenta la materia, la stabilità, gli elementi—il cinque introduce il principio della quintessenza: ciò che trascende la materia, ciò che la trasforma.
È il punto in cui l’essere umano, posto tra terra e cielo, diventa ponte. Non è un numero statico, ma dinamico: indica crisi, cambiamento, evoluzione.
Il tempo, dunque, non è neutrale. È un richiamo. Un’urgenza. Come suggerisce il titolo stesso: ora o mai più. Il tempo non si limita a scorrere, ma chiede una presa di posizione.
Eppure, ciò che appare come elevato e visibile—la chiesa, il campanile, la croce—non è tutta la verità. La telecamera, ancora una volta, non si accontenta della superficie: scende. E sotto gli alberi, nascosta, si rivela una chiesa diversa. Più oscura, più misteriosa, quasi inquietante.
Non è più il simbolo rassicurante del credo, ma qualcosa di ambiguo, nascosto. Come se il sacro, quando non viene veramente compreso, potesse trasformarsi in struttura, in dogma, in qualcosa che imprigiona invece di liberare.
La porta che appare è la stessa del videoclip di Pioggia. Se vi ricordate proprio nella canzone Pioggia è presente un verso che recita: “se non apri la porta è per paura di quello che comporta”. E qui il significato si amplifica: la soglia non è solo fisica, ma interiore. Aprire quella porta significa affrontare ciò che si nasconde oltre—e spesso ciò che si trova oltre è destabilizzante, perché mette in crisi le nostre certezze.
La paura non è dell’ignoto in sé, ma della trasformazione che l’ignoto comporta.
E infatti il messaggio si espande: andare oltre. Oltre la superficie, oltre il dogma, oltre le convinzioni che ci definiscono ma allo stesso tempo ci limitano. È un invito a “prendere quota”, a elevarsi, ma non in senso evasivo: in senso consapevole. Superare ciò che blocca, anche quando ciò che blocca siamo noi stessi.
Quando la porta si apre, lo spazio che si rivela è un tempio. Una struttura che richiama un immaginario massonico, iniziatico, rituale. Non è più solo un luogo: è un sistema. Un ordine. Una costruzione simbolica che contiene regole, gerarchie, giudizio.
Al centro di questo spazio troviamo un’altra versione di Caino.
E’ una versione che prende ispirazione dal videoclip Tutto è pronto dello stesso Flavio.
È un Caino prigioniero. Bendato. Non vede, non comprende pienamente dove si trova. È posto al centro come oggetto di giudizio, come se dovesse rispondere di qualcosa. Ma questa immagine non riguarda solo lui: è una condizione universale. Caino diventa l’uomo. L’essere umano intrappolato in un sistema che spesso non comprende, giudicato secondo regole che non ha scelto.
Il “peccato originale”, in questa chiave, non è solo colpa: è condizione. È separazione, inconsapevolezza, distanza da sé stessi.
E allora tutto il percorso del videoclip assume una coerenza ancora più profonda:
la selva è lo smarrimento,
il cuore è l’accesso,
il sentire è il centro,
la ricerca è il conflitto,
il tempo è l’urgenza,
il tempio è il sistema,
Caino è l’uomo.
E infine, arriva il fuoco.
Quando l’incendio avvolge la pineta e il cuore, non è un atto distruttivo nel senso comune. È un atto necessario. Il fuoco, simbolo alchemico per eccellenza, è ciò che trasforma. Non lascia nulla intatto, ma proprio per questo rende possibile una nuova forma.
Bruciare il bosco significa liberarsi di ciò che sovrasta, di ciò che oscura. Significa mettere in discussione le proprie convinzioni più profonde, persino la propria identità così come la si conosce.
È un passaggio radicale: una morte simbolica.
Ma è proprio da questa combustione che nasce lo spazio. E nello spazio, la possibilità.
Il fuoco illumina ciò che prima era oscuro, scalda ciò che era freddo, e distrugge ciò che non può più restare.
Ed è in questo triplice movimento—rivelare, trasformare, liberare—che si compie l’intero percorso.
Non è la fine del bosco.
È l’inizio di una nuova visione.
Il video
Commenti
Posta un commento